Tullio Faggian, la sua morte diventa un simbolo

Giovedì 16 dicembre

La condanna dei vertici Montedison per il tumore fatale contratto in fabbrica. "Ma nessuno potrà restituirci mio fratello"

MESTRE - E' il caso di Tullio Faggian - l'operaio morto di angiosarcoma del fegato (il cancro riconosciuto correlabile al cvm) nel 1999 - che ha portato alla condanna dei vertici Montedison. E per la morte di Faggian il collegio presieduto da Francesco Aliprandi ha anche condannato il responsabile civile Edison Spa a liquidare una provvisionale di 50mila euro ciascuno ai figli Stefano ed Alessandro, nonché la somma di 8mila euro ciascuno ai fratelli Guido, Luciano, Guerrino, Liliano e alle sorelle Elisa e Maria. Ma probabilmente, come anticipava ieri il legale della famiglia Faggian, l'avvocato Angelo Pozzan, si potrà avviare anche una causa civile per un risarcimento più adeguato.

 Questa sentenza è importantissima - ha commentato ieri Guerrino Faggian - ma la morte di mio fratello certo non potrà essere risarcita da nessuno. La sua vita è stata durissima: ha perso la moglie presto, ha avuto due figli sordomuti. Il nostro dolore per Tullio è sempre vivo, speravamo che potesse vivere almeno l'ultima parte della vita in serenità, ma non è stato così: è morto soffrendo moltissimo. Mio fratello aveva una grandissima forza d'animo, ha passato la vita a lavorare senza godere nulla. La legge con questa sentenza ha riconosciuto che la sua morte è stata ingiusta. Ma a me non basta, c'è ancora tanta gente che non ha visto riconosciuto nulla. Ci sono tanti operai che comunque sono morti e potevano essere salvati".

 Per Guerrino, ottant'anni, la morale è semplice: "A pagare sono sempre i piccoli e i poveri, ma questa volta qualcosa è andato in un senso diverso".

 La carriera lavorativa di Tullio Faggian è rappresentativa di tante altre storie drammatiche di lavoratori trattati, secondo la definizione del pm Casson, come "carne da macello". Nel periodo tra il '68 ed il '74 Faggian fu esposto a concentrazioni di cvm superiori alle 500 parti per milione (ppm). Numerose sono le segnalazioni mediche che indicano la necessità di evitare che Faggian venisse esposto al cvm e nonostante ciò, nessuno intervenne. Faggian fu spostato dal reparto cv 14-16 solo nell'85 quando passò al laboratorio Cv.

 La diagnosi di angiosarcoma da cvm nel caso di Faggian era stata riconosciuta anche dal tribunale di primo grado, ma per il presidente Salvarani non vi era responsabilità dei singoli imputati, visto che essi non sarebbero stati a conoscenza della cancerogenicità del cvm fino al '73.

 La sentenza d'Appello associa al caso di Faggian anche il riconoscimento della colpa degli imputati Montedison che ricoprivano i vertici dell'azienda nei primi anni Settanta. Del resto durante le udienze il pm Casson aveva sottolineato come fin dagli anni Sessanta fosse noto che il cvm era una sostanza tossica e perciò i vertici aziendali sarebbero stati tenuti per legge a tutelare adeguatamente la salute dei lavoratori, anche prima della scoperta della cancerogenicità della sostanza.

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