Con queste leggi si è cercato di realizzare gli impegni
di solidarietà previsti dalla Costituzione e ottenere il superamento della
condizione di svantaggio detta handicap o invalidità.
Con la Legge quadro 5/2/92 n.104, finalmente, dopo
anni di norme settoriali, è stato promulgato un quadro di riferimento
complessivo.
Tale legge comunque non ha raccolto in un testo unico
tutte le norme relative alla disabilità, ma costituisce semplicemente una
cornice entro cui devono prodursi le norme successive che, visto il
passaggio di competenze, sono sempre più norme regionali e locali.
Rimangono quindi in vigore numerose leggi relative a
singoli e specifici aspetti come per esempio le barriere architettoniche,
accessibilità comunicazione, l’integrazione scolastica, l’integrazione
lavorativa, le provvidenze economiche, gli sgravi fiscali, i permessi
lavorativi, ecc.
Una legislazione così affollata presenta problemi di
correlazione tra norme, che stanno amplificandosi con la crescita della
normativa regionale e locale.
Si può citare l’esempio paradossale dei contributi
economici previsti a favore dei disabili dalla Legge statale
162/98, che esclude gli ultrasessantacinquenni, e dei bonus
regionali a favore degli anziani che escludono chi non ha raggiunto i
settantacinque anni: le due normative lasciano così una fascia cieca che
non può usufruire né dell’uno né dell’altro contributo.
La cosa più grave è che tutte queste norme sembrano
mancare di un progetto globale in cui sia fissato un obiettivo finale.
Questo rischia di disperdere le risorse senza raggiungere
alcun obiettivo apprezzabile.
Negli ultimi tempi si è dato particolare rilievo alla
famiglia riconoscendole il ruolo fondamentale che essa svolge nella nostra
società.
E’ significativa la variazione di denominazione degli
uffici competenti: Ministero della famiglia e delle politiche sociali,
Assessorato alla famiglia e alla solidarietà sociale.
.L’obiettivo sociale e la missione della famiglia è
principalmente quello di offrire persone autonome e responsabili alla
società affinché siano in grado di prendere il loro posto e dare il loro
originale contributo al bene comune.
L’obiettivo delle politiche e delle norme prodotte per la
tutela dei disabili e delle loro famiglie non può essere diverso da quello
sopra indicato previsto per tutti e tendente, in definitiva all’indivi-,
duazione e all’emancipazione delle persone affinché possano esercitare in
pienezza i loro diritti fondamentali(1).
Le norme a tutela dei disabili dovrebbero essere
interpretate e soprattutto attuate al fine di aiutare le famiglie a dare
figli adulti e responsabili alla società, anche in presenza di handicap
intellettivi, nei limiti e con i correttivi specifici di ciascun caso.
Volendo esemplificare occorre perseguire sempre, in ogni
intervento, l’obiettivo dell’autonomia, aiutando la persona disabile sorda
- anche contro le sue o altrui paure - a rendersi il più autonoma
possibile e, quindi, a staccarsi dalla famiglia/istituto per realizzare il
proprio originale e nuovo nucleo familiare. Ciò sia per portare avanti il
proprio ciclo evolutivo sia per permettere alla propria famiglia, ai
genitori, di non crollare sotto il peso della cura e di riappropriarsi
della vita per il proprio bene e per quello della comunità.
.L’incertezza sugli obiettivi, invece, porta a realizzare
interventi frammentari e, a lungo termine, controproducenti.
Le famiglie col tempo si esasperano.
Ingigantiscono le loro paure aumentando barriere
protettive soffocanti.
Radicalizzano la tendenza al risparmio e/o
all’accaparramento per accumulare risorse da spendere un domani per il
figlio, ma anche per sé.
Infatti, l’esperienza gravosa dell’assistenza del figlio
li porta a proiettare sul proprio futuro di anziani le paure acquisite
amplificate dal pensiero circolare del tipo: domani anch’io avrò bisogno -
mio figlio non potrà aiutarmi - io non potrò aiutarlo - chi potrà farlo se
non avremo le risorse per pagare? I servizi no di certo, ci hanno lasciato
soli con il carico del figlio, pensa se potranno aiutare noi.
.Nella mia esperienza personale e professionale,
l'attività di questa associazione ho avuto infinite conferme che
interventi senza obiettivi fondamentali, essenziali e alti, importanti,
sono controproducenti.
Ritengo che sia maturo il tempo per dirci la verità sulle
risorse.
Non solo sono limitate ma rischiano di diminuire.
E’ sempre più necessario legare ogni beneficio a dei
doveri funzionali, ad obiettivi parziali verificabili e organizzati per
perseguire l’obiettivo finale.
E’ fondamentale fare progetti ma ancor più importante è
la individuazione di criteri di selezione, di tempi e modalità di verifica
e di controllo.
Per esempio, siamo sicuri che i numerosissimi familiari e
sordi di chi ha ottenuto - spesso con facilità e superficialità estrema -
la certificazione di gravità utilizzino le ore di permesso retribuito
previste dalla legge 104 per l’assistenza del familiare? e la persona
handicap sorda maggiorenne ? vorrei lanciare un dibattito che parta da
questo presupposto: ad ogni diritto deve corrispondere un dovere.
Facciamo in modo che ogni vantaggio, ogni provvidenza
economica - anche la pensione e l’indennità di accompagnamento l'indennità
di comunicazione- siano legate a dei doveri, per esempio, la
frequentazione obbligatoria dei disabili e sordi dei loro familiari a
gruppi di mutuo aiuto per tutta la durata della scuola dell’obbligo.
E per chi diventa disabile da adulto per un numero di
anni sufficiente a fare un percorso di autonomia.
Occorre superare la tendenza dei disabili a collezionare
tutti i vantaggi offerti dal sistema indipendentemente dal bisogno
effettivo.
Devono essere individuate le priorità in modo da
assegnare maggiori risorse a chi ha più bisogno.
Oggi un tetraplegico che deve pagare un assistente per
mangiare, bere, urinare, defecare, lavarsi, vestirsi, spostarsi,
percepisce la stessa pensione ed indennità di accompagnamento di un
paraplegico che può fare da solo tutte queste cose.
Questo stesso sistema incentiva chi ha più risorse a
rimanere disoccupato e chi ne ha meno a lavorare per pagare
l’assistenza.
Un principio classico della cultura giuridica ereditata
dai romani ed esportata nel mondo intero è quello che dice: "risposte
uguali a bisogni diversi è massima ingiustizia".
Se non abbiamo in mente l’obiettivo e non stabiliamo una
rigida scala di priorità le risorse saranno sempre insufficienti a
stimolare il cambiamento verso l’emancipazione e il pieno esercizio dei
diritti.
Procedo ora con l’analisi delle leggi più importanti e di
maggiore attualità, solo per evidenziarne gli aspetti che io reputo di
assoluta criticità, con la speranza di aprire un dibattito soprattutto a
livello della nostra Asl e dei competenti organi regionali.
Legge 104/92: Legge quadro
sull’handicap
Il punto di maggior
problematicità, nell’ottica della selezione e degli obiettivi che ho
espresso prima, sono gli accertamenti dello stato di gravità. Questo
criterio doveva essere la porta per l’accesso ai vantaggi più ampi previsti
solo per le persone con l’handicap più grave. Le visite di accertamento
vengono fatte da una commissione, in prevalenza composta da figure mediche,
che valuta in modo molto veloce e
spesso senza alcun senso di responsabilità sociale. Oggi, per esempio, viene richiesta ed ottenuta la gravità
per avere la riduzione dell’orario di lavoro da chi al sordomuto intellettuale
della sua condizione
di soggetto svantaggiato,....
E
se persona normale, ha forti mal di schiena e non riesce a sostenere
il normale orario. Anche se non sussistono pesanti problemi di mobilità,
una volta ottenuta la certificazione, quella persona ha diritto alle
agevolazioni fiscali rispetto all’auto ed altro o ai tre giorni di permesso
retribuito per i familiari che dovrebbero essere preposti alla sua assistenza.
Eppure la legge specifica che lo stato di gravità spetta solo quando
sia necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo
e globale nella sfera individuale o in quella di relazione.
Ancora criterio invece le visite di accertamento...(non cliccare...in attesa di costruzione)
Legge regionale 23/99: Finanziamenti per gli ausili
tecnologicamente avanzati
Essa dà la possibilità di ottenere finanziamenti per
l’acquisto di ausili tecnologicamente avanzati che siano di aiuto a
ridurre la limitazione. Non ci sono criteri di selezione nemmeno rispetto
alle limitazioni funzionali, basta correlare il bisogno dell’ausilio allo
stato di invalido. Per quest’anno, ad esempio, si è deciso di finanziare
le richieste presentate lo scorso anno che riguardavano soprattutto i
computer. E’ evidente che chiunque ha una qualche invalidità, pur senza la
necessità di quell’ausilio per superare la limitazione funzionale,
presenterà la domanda per far valere il suo diritto. Questo anche se -
come ho avuto modo di sentire da più parti - il computer lo aveva già e
desideri solo acquistare l’ultimo modello o magari voglia regalarne uno al
fratello.
Legge 162/98: Riforma
dell’assistenza
Questa legge permette alle Regioni di programmare degli
interventi di sostegno alla persona disabile grave e alla sua famiglia che
possono consistere in interventi di assistenza domiciliare e di aiuto
personale anche della durata di 24 ore, di sollievo, di rimborso parziale
di spese documentate di assistenza nell’ambito di programmi previamente
concordati. La 162 dedica inoltre un comma specifico alla vita
indipendente invitando le regioni a disciplinare la realizzazione di
programmi di aiuto alla persona volti appunto a garantire questo
scopo.
La scarsità di fondi a disposizione per la 162, però, unita alla
scarsità di risorse dei Comuni, che dovrebbero coprire le percentuali di
spesa non finanziata, impone di fare delle scelte. Senza criteri si
rischia di rendere attuabili solo gli interventi effettuati dalle
strutture, quelli in favore di cittadini di amministrazioni comunali
ricche o di chi ha risorse proprie per pagare la percentuale scoperta. Di
conseguenza, molti disabili, pur avendone la necessità e le potenzialità,
sono costretti a stare in famiglia. Essi non riescono nemmeno a pensare
alla prospettiva di andare a vivere da soli o con qualcun altro. La
necessità di assistenza è troppo alta e non sanno come far fronte ai
costi. Non possono nemmeno ottenere aiuto da quelle stesse famiglie che
tanto si oppongono ai loro progetti di autonomia per la paura di ciò che
gli potrebbe capitare fuori dal loro controllo e/o protezione. Una
parte dei fondi della 162 sono assegnati alle strutture che fanno progetti
di sollievo, di osservazione, di emancipazione dalla famiglia. Per
strutture intendo anche le grandi realtà del no profit, che da una parte
si lamentano di essere in difficoltà e dall’altra si ampliano, anche a
scapito delle piccole realtà.. Per quanto riguarda i CRH, per esempio,
nella nostra Asl esistono solo quelli per gli psichici, mentre non ve ne
sono per fisici gravi. Mi viene il dubbio che la maggiore capacità di
controllo degli utenti e le maggiori spese sanitarie richieste dai fisici,
sia per farmaci e ausili che per l’assistenza medica, infermieristica,
fisioterapica, ecc. non garantiscano i margini di guadagno ottenibili
sugli psichici. Per questa carenza alcuni fisici gravi, anche se giovani,
sono costretti ad andare nelle case di riposo o ad essere ospitati in CRH
fuori Asl, quindi lontano dai loro affetti. E quando la causa del ricovero
è la fase terminale di malattie degenerative questa lontananza dagli
affetti risulta ancora più pesante. Pur non essendo collegato con la 162
voglio dare voce al grave problema dell’assistenza domiciliare dei malati
psichiatrici. Infatti, anche in questo campo sembra che i soldi della
riabilitazione vengano quasi totalmente spesi per le comunità, che sono
nate come funghi in questi ultimi 3-4 anni, mentre prima da noi non
esistevano. Quelle che vanno per la maggiore sono ad alta intensità e
percepiscono rette di oltre 330.000 lire al giorno - cioè circa 200
milioni di lire al mese per 20 ospiti - a volte costretti a dormire in
camere da 6 letti. Non ci sono soldi, invece, per pagare i centri diurni
per i malati mentali né per gli interventi terapeutico-riabilitativi al
domicilio. Il piano socio-sanitario prevede che si potenzino gli
interventi individuali sul territorio anche per ritardare i ricoveri nelle
strutture, notoriamente più costosi. Lo stesso Ministro Sirchia in questi
giorni ha affermato che occorre potenziare la rete dei servizi al
domicilio della persona. Ma allora - tornando specificamente ai fondi
previsti dalla 162 soprattutto per favorire la domiciliarietà - mi chiedo
perché sono diminuite del 20% le cifre stanziate quest’anno (2002) quando
invece il precedente governo aveva già destinato alla 162 gli stessi soldi
stanziati per il 2001. Perché sono diminuiti questi stanziamenti e non
quelli destinati alle strutture? Se ci sono problemi di costi perché non
si taglia anche sugli accreditamenti? Si dirà che le strutture hanno il
personale da pagare. E noi no? La quasi totalità dei disabili, rinuncia
alla prospettiva di una vita autonoma poiché non c’è la certezza per il
futuro. Mi sembra che qui si dice una cosa ma si fa esattamente il
contrario.
Dal punto di vista psicologico la riduzione del 20% dei
fondi per la 162, quindi anche per la vita indipendente, è devastante:
amplifica il senso di incertezza e le paure dei disabili che vorrebbero
realizzare il diritto alla propria autodeterminazione bloccando le loro
aspirazioni insieme alle potenzialità. Se si vuole incentivare davvero la
domiciliarità si devono assegnare più fondi. Non solo nell’interesse delle
persone coinvolte e della qualità della loro vita, ma anche nell’interesse
generale. Le cifre stanziate per la residenzialità e per l’intervento a
domicilio sono diverse: un CRH ha una retta giornaliera di circa 129,114
Euro (di 250.000 vecchie Lire) e oltre, un intervento a domicilio, anche
sulle 24 ore, spesso costa molto di meno, e non solo economicamente.
Certamente le strutture garantiscono servizi importantissimi per i
disabili e le loro famiglie sostenendo costi molto alti. Mi chiedo però
come mai alcune di queste hanno bisogno di diventare fondazioni, riescono
a pagare profuma- tamente i loro consulenti, si ampliano creando altre
strutture simili o complementari - guarda caso mai quelle che prevedono
l’autogestione degli utenti o mancanza di rette - mentre alla maggior
parte dei disabili che non le utilizzano è negata ogni prospettiva oltre
la famiglia, soprattutto quando questa è ancora vivente. Il problema,
comunque, non è solo relativo all’aumento dei fondi da stanziare.
Innanzitutto devono essere spesi bene quelli già stanziati. Oggi non è più
proponibile una distribuzione indiscriminata. Tanto più in questo settore
dove la differenza tra i bisogni di assistenza è notevole, a volte
abissale, da persona a persona. E’ quindi indispensabile fissare criteri e
priorità per l’assegnazione dei fondi tra i progetti presentati. Dal
discorso sull’efficacia ed efficienza consegue in modo imprescindibile
quello sui controlli, anche a campione ma sostanziali e non formali, sia
sulle spese sostenute dalle strutture che su quelle fatte direttamente dai
disabili. Molti disabili temono che le strutture possano accaparrarsi
anche i fondi della 162 per progetti che a loro comportano costi minimi,
con notevole guadagno. Per esempio, sarebbe facile per una struttura farsi
pagare un intervento di sollievo alle famiglie utilizzando personale già
impiegato per gli altri utenti senza alcun costo aggiuntivo.
Anche tra
i disabili si tende a non assumere in regola gli assistenti sul
presupposto che con i pochi soldi erogati non è possibile pagare i
contributi. Ma i progetti devono comprendere anche i costi della
regolarizzazione dei rapporti di lavoro. Da una parte l’eventuale
irregolarità dei rapporti rende quasi impossibile avere riscontri
oggettivi delle spese rimborsabili, dall’altra parte lascia i disabili e
le loro famiglie in balia di gravi responsabilità sindacali e
infortunistiche. In alcuni Comuni il controllo si limita a far firmare al
disabile una dichiarazione che libera la stessa amministrazione da ogni
responsabilità circa la regolarizzazione del rapporto.
Ritornando
alla spesa io ritengo che occorrerebbe fissare criteri anche per quanto
riguarda il costo orario degli assistenti, entrando nel merito
dell’efficacia e dell’efficienza dei singoli interventi. Usare bene
i fondi disponibili impone anche una maggiore attenzione ai casi in cui
all’assistito spetti un risarcimento danni da parte delle assicurazioni.
Mi risulta che Comuni ed Asl, per i contributi di cui parliamo, non si
preoccupino minimamente di chiedere alle assicurazioni e alle famiglie i
rimborsi dei servizi prestati. Tali somme potrebbero essere reimpiegate
per quelle persone che non hanno alcuna risorsa. La 162 è una legge
rivoluzionaria, veramente importante, poiché non assegna contributi a
pioggia ma permette di valutare le effettive necessità di ciascuno.
Purtroppo, senza criteri e senza controlli è destinata a svuotarsi di ogni
contenuto. Occorre fare valutazioni che considerino le diverse situazioni,
che vedano la persona nella sua globalità, che tengano conto degli
interventi di cui è già beneficiaria. Occorre guardare al progetto globale
di vita di ciascuno e agli obiettivi che si vogliono perseguire altrimenti
si rischia di dare il solito contributo assistenziale per non scontentare
nessuno, senza produrre effettivi cambiamenti. E’ assolutamente necessario
fare scelte e stabilire priorità. In Italia esistono esperienze diverse da
quelle che stiamo sperimentando nell’Asl di Varese, dove non si vogliono
effettuare scelte e applicare criteri semplicemente perché la Regione
lascia gli enti liberi di provvedervi.
In Piemonte, per esempio,
l’Asl 5 ha deciso di stanziare tutti i soldi della 162 per finanziare i
pochissimi progetti di vita indipendente di alcuni dei disabili più gravi.
La ALSS di Venezia ha deciso di finanziare esclusivamente progetti di vita
indipendente, anche se non vi sono indicazioni regionali. La Regione
Lombardia ha deciso di rimborsare al massimo l’80% della spesa senza dare
indicazioni sulle percentuali di finanziamento da attribuire agli
specifici interventi (questo significa che maggiori saranno le richieste,
più bassa sarà la percentuale di finanziamento assegnata
indi-scriminatamente a tutti). Ciò nonostante, l’Asl di Brescia nel 2001,
dopo aver analizzato le richieste pervenute e averle rapportate al budget
assegnatole dalla Regione, ha stabilito i seguenti criteri di priorità per
l’assegnazione dei fondi: innanzitutto ha deciso di destinare ai progetti
di vita indipendente il massimo del contributo previsto (cioè l’80%); ha
deciso poi di attribuire percentuali via via minori agli interventi di
integrazione sociale, di assistenza domiciliare e di sollievo. In base a
questi criteri e ad altri parametri sono stati finanziati: all’80% i 21
progetti di vita indipendente presentati; con percentuali sempre più
basse: 39 progetti di integrazione sociale su 60 presentati, 31 progetti
di assistenza domiciliare su 49 presentati; solo 4 progetti di sollievo a
favore di persone che non usufruivano di alcun altro intervento in
strutture. Nella nostra Asl, invece, i progetti effettivi di vita
indipendente sono pochissimi - anche perché disabili e comuni prima di
avviare gli interventi hanno bisogno di conoscere la quota a loro carico -
mentre numerosi sono i progetti di sollievo e gli altri interventi
finanziati alle strutture. Nell’Asl di Brescia inoltre tutti i progetti
vengono preliminarmente valutati dagli operatori dei nuclei disabili: per
gli interventi di sollievo, per esempio, vengono fatti degli incontri di
valutazione tra gli operatori dei nuclei ed i famigliari prima che le
strutture diano il via all’intervento, con sottoscrizione di un documento
preliminare da parte della famiglia e degli operatori stessi. Nella nostra
Asl le valutazioni di questi progetti avvengono a intervento concluso -
mentre la legge nazionale parla di "…programmi previamente concordati" -
basandosi su documenti redatti dalle stesse strutture, senza che ci siano
contatti diretti con le famiglie nel momento dell’effettiva necessità del
sollievo; l’unica forma di "controllo" sembrerebbe essere la semplice
comunicazione alle famiglie dell’importo finanziato.
In conclusione ritengo che i fondi della 162 siano
delle briciole rispetto alle entrate che le strutture accreditate incamerano
di routine. Forse qualcuna di loro ha chiuso i propri bilanci anche
con degli utili. Perché non li impiegano per effettuare proprio questi
interventi che hanno il carattere della provvisorietà? Questa è una
provocazione che spero apra un dibattito. Infatti, conosco l’importanza
del lavoro svolto dalle strutture ma, per quanto riguarda la 162 ritengo
ancor più importanti gli interventi effettuati dal mondo del volontariato
che non gestisce servizi già finanziati, quelli per far fronte alle
nuove emergenze, quelli al domicilio di disabili che, pur avendo molte
potenzialità, soffocano i loro sogni perché non riescono nemmeno a pensare
oltre la famiglia, non avendo risorse per pagare l’assistenza necessaria
a vivere.
Ci dobbiamo prima o poi dire che i soldi sono limitati e che non bastano
per tutti - forse già parecchi lo sanno ed è per questo che approfittano
di tutte le occasioni - e dobbiamo utilizzarli nel modo più efficace
ed efficiente, evitando di dare a chi ha già, a chi ha la voce più grossa
ed è in grado di fare, chiedere e… avere. (Relazione tenuta dal
Presidente Stefano Faggian a questo ufficio Legale dell'Associazione
Italiana Non Udente Onlus e Federazione Non Udenti Veneto Onlus con
sede di Venezia)
(1) Tali diritti sono consacrati in testi normativi
nazionali e internazionali quali la nostra Carta Costituzionale, la
Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, le norme standard delle
Nazione Unite relative alla pari opportunità per i disabili, la
risoluzione del Consiglio d’Europa del 9/4/1992 su una coerente politica
per il riadattamento dei disabili, l’art. 6° del Trattato di Amsterdam del
giugno 1997 che tratta dell’antidi- scriminazione ed include i problemi
delle persone con disabilità.